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Una persona in ginocchio come se pregasse tiene la fronte appoggiata al fianco di una persona sdraiata in un letto. La persona sdraiata è molto ammalata.
Di lei non diremo nulla.
Se è un uomo o una donna, se giovane o vecchia. Se ha il viso pallido e scavato oppure gonfio dai farmaci e se le sue mani tremano o se ne stanno immobili sul lenzuolo come uccelli addormentati. Non diremo nulla perché nessuno, vedendola com’è, intraveda in quelle fattezze qualcuno che gli è caro e si immedesimi troppo in questa storia o, viceversa, scoprendola diversa da tutti quelli che gli stanno a cuore, abbia un moto di sollievo e se ne allontani. Diremo solo che è ammalata e che la persona in ginocchio darebbe qualsiasi cosa in suo possesso e anche quello che non possiede perché così non fosse.
E anche della persona in ginocchio non diremo nulla.
Se si tratta di un ragazzo, una ragazza o di un anziano signore che veglia la compagna di una vita. Se è una bambina che non capisce perché sua madre non ha più la forza di giocare con lei oppure un marito sperduto che prega perché la moglie guarisca presto. Non vorremmo che soffriste troppo immedesimandovi in quella figura inginocchiata qualora doveste trovarla troppo simile a voi o a qualcuno che conoscete bene. Nè vorremmo che, descrivendovela, la sentiste distante e vi sentiste autorizzati a chiamarvi fuori da questa stanza. L’unica cosa che vi diremo è che per nessun motivo al mondo la persona in ginocchio si allontanerebbe da questo letto, perché la persona ammalata è così importante per lei che non riesce a veder vita possibile, se lei se ne dovesse andare.
E nemmeno di tutto il resto, diremo più nulla.
Nè del colore delle pareti e delle lenzuola, né dell’arredamento della stanza, che non si capisca se si tratta di una camera da letto o d’ospedale, né dell’ora del giorno o della notte, che si intuirebbe dalla luce che entra dall’unica finestra là, a lato del letto.
L’unica cosa di cui diremo è il dolore.
Che si veste di paura del domani e del rimpianto del tempo passato. Che sbatte dentro le pareti come un insetto prigioniero. Che vorrebbe essere capace di cambiare questo presente con la forza del pensiero.
Guarderemo le mani della persona inginocchiata che cercano quelle della persona ammalata e le stringono, non si sa se per dare o ricevere conforto. E tentano di riscaldare, infondere e vorrebbero, accarezzando, riparare la trama di quel corpo che si è spezzata senza motivo. Quel corpo che fino ad un attimo fa sorrideva, camminava, danzava di vita e ora sta lì, rotto e dura fatica anche a fare sì e no con la testa.
Quest’unica cosa vi mostreremo e su questa spegneremo piano le luci.
Che l’arte acconcia il dolore di vestiti sempre diversi e lo declina, lo dispiega, lo canta con mille variazioni più una, quando lo mette in scena e lui, che è troppo impegnato, lascia fare, anche se sa benissimo di non aver bisogno di nulla di tutto ciò per essere compreso. Nulla di più che esistere.
Perché il dolore è dolore e ci sono volte, come questa, che bisogna lasciarlo stare, senza impicciarsi.
Chiudere la porta della stanza con la persona in ginocchio vicino a quella sdraiata e andarsene piano in punta di piedi. Portandosi via un’altra piccola scheggia conficcata tra gola e ombelico, nelle vicinanze di quell’orologio che conta all’indietro e che ogni tanto ci piace chiamare cuore.

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