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Il quarto era un pezzo di marcantonio che se non arrivava ai due metri poco ci mancava. Baldi e Triulzi ci fecero pure una scommessa rimandando ai risultati dell’autopsia il momento di sapere chi dei due avesse ragione sull’altezza.
In attesa della scientifica ce ne stavamo a fumare a qualche metro di distanza e a guardare le gambone pelose fasciate nei collant velatissimi e le assurde scarpe rosse con il tacco che saranno state almeno un quarantaquattro.
Era preciso e minuzioso il nostro amico. Oltre alla parrucca, al reggiseno e tutto il resto, a questo gli aveva messo persino lo smalto alle unghie.
Faceva le cose così per benino che quando avevamo trovato il primo non s’era dubitato nemmeno per un attimo che si trattasse di un travestito fatto fuori da un cliente o da qualche altro sciroccato dell’ambiente della prostituzione. Tutto, compreso il luogo, i gabinetti della stazione, faceva pensare a quella pista.
E invece il poveraccio si trovava lì per caso. Faceva l’ingegnere in una ditta di software per aziende agricole e aveva in tasca il biglietto dell’Intercity 779 per Bologna delle 23:02.
I cervelloni della scientifica ci avevano spiegato che chi lo aveva ammazzato lo aveva anche spogliato e rivestito così, che sembrava una pin-up da copertina.
Con il secondo e il terzo ci furono chiare altre due o tre cosette.
Intanto, ovviamente, che si trattava di un seriale. Lo si capiva dal modus operandi sempre identico. Cessi della stazione, vittima scelta apparentemente a caso, collo spezzato, rituale del travestimento del cadavere con abiti femminili, nessun segno di violenza sessuale.
In secondo luogo che doveva avere una forza non comune vista la scelta delle vittime che erano tutti aitanti signori in perfetta salute fatti fuori senza armi, così, a mani nude.
Quella sera però, più ancora delle altre, a veder portar via nel sacco l’omone imbellettato, capimmo di averne le palle piene e giurammo che una quinta faccia barbuta a bocconi sulle piastrelle con le labbra rifulgenti di rossetto non l’avremmo voluta veder più. A costo di piazzare un agente in tutti i maledetti cessi di tutte le maledette stazioni ferroviarie italiane.
Ragionammo sul fatto che l’intervallo tra un omicidio e l’altro era stato variabile ma con una chiara tendenza ad accorciarsi per cui fummo tutti d’accordo che dovevamo aspettarci il prossimo tentativo dopo una settimana, dieci giorni al massimo.
Triulzi, che era un preciso, si incaricò di stilare l’elenco completo di tutti i gabinetti di tutte le stazioni della città, piccole e grandi, per sottoporle a sorveglianza. Quando entrò nella mia stanza per riferirmi dei suoi progressi aveva un muso lungo fino a terra.
“Che è quella faccia?”
“Un metro e novantotto. Ho perso cinquanta euro per due centimetri.”
Sono così gli sbirri, stanno sempre a babbiare, come dice il mio commissario preferito. Comunque lo mandai esattamente dove si meritava di essere mandato.
Presto fu chiaro che, causa carenza di personale, mettere un agente in ognuno dei diciotto siti identificati sarebbe stato impossibile per cui ci organizzammo per piazzare telecamere ad alta definizione ventiquattr’ore su ventiquattro e per affidare tre punti critici ad ogni uomo che avrebbe fatto costantemente la spola tra l’uno e l’altro. Non era quel che avrei voluto ma di più non avevamo i mezzi per fare.
I giorni cominciarono a trascorrere così, mattina dopo mattina, sera dopo sera, senza che succedesse nulla ed io mi domandavo quali eventi nella vita possono arrivare a tramutare una persona in uno capace di fare il genere di cose che faceva il nostro amico misterioso. Quale ferite cercavano di medicare quei rituali di distruzione, di travestimento, cosa placavano. E mi chiedevo quando si può dire che una fantasia o una pratica inusuale sono diventate perversioni, qual’è la linea di confine. La violenza, mi venne subito da dire, ma la semplicità di quella risposta mi lasciò insoddisfatto.
Prendere il nostro assassino fu molto più facile del previsto.
Per fortuna le cose vanno quasi sempre così, in maniera molto poco avventurosa, e ancora grazie che si risolvono e non rimangono pratiche in sospeso che vanno ad ingrossare i faldoni sotto il cui peso si piegano gli scaffali degli archivi di polizia giudiziaria.
Incuriosito dalla figura imponente di un energumeno che alle tre e venti del mattino si dirigeva verso le toilette con una voluminosa borsa nella mano destra, l’agente scelto Peruzzi prese a seguirlo. Ben nascosto dietro ad un’edicola, lo vide appostarsi di fronte alla porta dei servizi palesemente intento a controllare chi entrava e chi usciva.
Quando, dopo più di un’ora, finalmente nel bagno rimase un solo viaggiatore, il gigante entrò con passo deciso, sfondò la porta della toilette come fosse di carta e un attimo prima di afferrare l’ignaro signor Bartoli Egidio, seduto sulla tazza con le braghe alla caviglia, si trovò la pistola di Peruzzi piantata sotto il naso.
Nella borsa c’era una mise da donna completa di parrucca rossa e calze a rete.
L’interrogatorio fu completamente inutile. Tanto sarebbe valso interrogare un cactus, avrebbe parlato di più.
Io ponevo le domande e poi osservavo quel bestione a capo chino tacere ostinatamente, lo sguardo a terra, le spalle enormi nella tuta da ginnastica e le mani, tenute vicine dalle manette, grandi come badili, che avevano seminato gratuitamente la morte. Lo guardavo e cercavo di capire se era così che me lo ero immaginato, in tutti quei giorni d’attesa.
Alla fine ci rinunciammo e lo rimandammo in cella.
Fu mentre attraversava la stanza guardato a vista da due agenti che successe l’unica cosa degna di nota di tutta quella nottata assurda.
Baldi, scuotendo il capo, disse qualcosa come “almeno questo non ha fatto fuori le solite donne come è di moda da un po’ di tempo a ‘sta parte.”
Il bestione s’arrestò in mezzo alla stanza, si voltò, e per la prima volta sentimmo la sua voce.
“Noooo! -urlava come un pazzo- “Non avete capito niente! Io uccido donne! Le rompo con le mani, non avete visto? Non l’avete trovate le donne morte? Le ho uccise io! Io!”
Ci gettammo a pesce nello spiraglio.
“Se odi le donne perché non le uccidevi? Perché uccidevi gli uomini e poi li vestivi da donna?”
“Mi fanno paura le donne” fece quello, come di colpo svuotato “ci ho provato ma ti guardano con quegli occhi che sembra sempre che ti deridano, che non capisci più quello che è giusto e quello che è sbagliato, so che potrei spezzarle con due dita eppure non ho il coraggio.”
Ci guardammo nei visi sfatti dalla stanchezza.
“Portatelo via e chiamate lo psichiatra, com’è più che si chiama?”
“Roso, dottò, dottor Roso.”
“Ecco, chiamate il dottor Roso e toglietemi Frankenstein, qui, dai coglioni”.
Restammo in silenzio. Triulzi portò un caffè a testa di quelli della macchinetta dell’atrio. Roba da far venire l’ulcera a uno struzzo, ma almeno erano caldi.
“Ma com’è dottò?” fece ad un certo punto Baldi “L’unico che abbiamo trovato che non commetteva femminicidi in realtà avrebbe voluto farlo ma non ne aveva il coraggio! Allora qua non se ne esce, è una fissazione generale!”
“Che vuoi che ti dica Baldi, stiamo messi così. E magari fossero i matti il problema. Almeno il nostro matto quando guardava una donna negli occhi gli scappava il coraggio. Alla maggior parte dei cosiddetti sani che ammazzano donne ogni minuto, invece il coraggio mai una volta che gli venga a mancare. E poi non usare ‘sta parola femminicidio che non la posso sentire. D’accordo? Vabbuó ja, me ne vado a cuccà. Statemi buoni ragazzi, ci vediamo domani. Almeno finchè continuerò a trovare il coraggio di tornare qua dentro.”

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