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« …per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia.»
«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.

Lo mar potresti arompere, a venti asemenare… »
Cielo d’Alcamo (tra 1230 e 1250)

Metti in mostra il meglio della tua mercanzia.
Tutto quello che pensi che sia il meglio.
Stendi un tappeto rosso che conduca al loggione da cui si ammira lo spettacolo della tua persona, quale che sia la programmazione.
Se è uno spettacolo povero di invenzioni e di sostanza, ugualmente allestiscilo con dovizia, adornalo, pubblicizzalo, esaltalo, enfatizzalo. Persino qualche piccola bugia è consentita a questo fine, senza eccesso ma senza esitazione, se il rischio è che i tuoi beni fugaci e senza replica passino alla fine inosservati, durante il tempo del tuo passaggio breve.
Curati delle tue cose, della tua persona. Per te, certamente, ma anche e soprattutto per invitare, sedurre, richiamare, per attirare, per piacere, e conquistare. Che il percorso è troppo lungo per affrontarlo soli e troppo breve per confidare di non essere lasciati soli.
Se ti sembra di non aver nulla che possa interessare i compagni che il caso con generosità t’avrà assegnato (il che è impossibile, semplicemente, questo lo sai bene), inventatelo, procuratelo, millantalo e fallo con la convinzione che ha l’evangelista in terra di pagani perché, ricorda bene, nulla convince gli altri più della tua stessa fede.
E quando sarai trascorso fa’ che ti si ricordi, per qualche tempo almeno, come di una creatura che non è stata nulla e non è stata poco. Rammentando che questo solo resta e nulla resta, se non l’immagine di te, che nel ricordo resta.
Sciocchezze.
Sii te stesso e se qualcuno si innamora di quel che è il vero te, solo in quel caso sarà ottenuta l’unica cosa che valeva qualche pena di ottenere. Non dimenticare che ogni volta che ti atteggi, suoni fesso come un coccio riparato, opaco come l’oro matto, falso come l’amore che giura l’ubriaco e che le promesse che non puoi mantenere fanno più danno di tutto quel che non sai fare. Non perderti cercando di piacere, non ti distrarre, che il tempo sottratto ad essere è solo tempo che non è esistito e quello immolato sull’altare del sembrare è polvere, briciole di gomma da cancellare che spazza a terra il dorso della mano. Cerca invece di essere l’uomo che varrà la pena di esser stato, scava di più, non ti fermare alla prima acqua torbida ma pretendi di trovarla chiara, per quanto sia profonda, e qualcuno, di certo, noterà quel tuo scavare e ti vorrà stare accanto. E sarà un compagno vero, non un adulatore, una fiammella fatua con cui entrare, anche per un istante solo, in sintonia. Questa e non altra è l’immortalità, questa solo, ammesso esista, è la poesia.
Retorica. Parole vuote che riempiono la bocca.
Non ci sarà sempre un’occasione e a volte il treno che lasciamo ci attraversi, semplicemente era l’ultimo di tutti i treni. Non vale a nulla la coerenza, a nulla la purezza di cui nemmeno mai saremo certi, se non c’è qualcuno, chiunque, che ci stringa in braccio, che ci versi la saliva in bocca, che ci parli con una qualsiasi voce che strappi per un attimo la trama del silenzio, quando è lontana ancora l’ora del risveglio.
È presunzione voler esser veri, tracotanza chiamarsi seri, bugia dirsi sinceri.
Noi siamo poco e il buio è troppo e il freddo è dappertutto e fuori dal cartone dove ci ha partorito la gatta che ci ha abbandonato, non c’è niente se non solitudine e calci che spezzano la schiena e ruote di camion che ci lasciano di lato, grumi di peli e marmellata di lamponi.
Niente di niente se non un niente che non serve a niente.
Quell’essere sé stessi di cui strombazzi per darti forza è ideologia, un’illusione prima e neanche quella dopo, una parola di conforto che ci sussurriamo da soli ad alta voce, qualcosa che serve a illuderci di bastare a noi e con due linee di febbre, un’infezione, un salasso, una diarrea è già scordata.
Come questo pomeriggio, come questa chiacchierata.

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