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Radames La fatal pietra sovra me si chiuse…
Ecco la tomba mia. — Del dì la luce
Più non vedrò… Non rivedrò più Aida…
— Aida, ove sei tu? Possa tu almeno
Viver felice e la mia sorte orrenda
Sempre ignorar! — Qual gemito!… Una larva…
Una vision… No! forma umana è questa…
Cielo!… Aida

                                                   Aida       Son io…

Il 1937, anno XV dell’era fascista, fu il più bello della mia vita.
A febbraio ero entrata fissa in Scala grazie alla mia amica Mariella. Me ne aveva parlato per la prima volta a novembre sul tram che ci portava in sinagoga, in via Guastalla.
“Il signor Benois ha sempre bisogno di nuovi costumi e quelli che ci sono già raramente gli van bene. È una furia quell’uomo. Un vulcano. E così il lavoro è tanto e c’è un gran bisogno di chi sa cucire. Se vuoi ti presento.”
Poi, vedendo il mio viso perplesso, mi aveva rassicurata: “Non ti preoccupare Esterina, nel mondo del teatro è molto meno importante, non ci fanno praticamente caso. Siamo in tanti, sai, e poi non è necessario gridarlo ai quattro venti. Tu ce l’hai la tessera no? E allora di che ti dai pena!”
Era gentile la Mariella ma non serviva poi così tanto esortarmi a non darmi pena. A ventidue anni ci riuscivo benissimo da sola. E anche quando in primavera l’aria aveva cominciato a farsi più pesante, il nero che a volte mi si addensava nel cuore a sentir la radio o a leggere i giornali, durava un attimo e subito lo portava via il vento. Il vento delle speranze, della mia giovinezza. E quello teso di un amore nuovo.
Non che non vedessi che papà si faceva sempre più cupo.
Mancavano pochi giorni a Pèsach, e lui non faceva altro che leggere quel libretto di Orano e scuotere la testa e parlare da solo. Mi dispiaceva tanto vederlo così ma io avevo ben altro a cui pensare.
Da mesi, dopo la visita trionfale del Duce a Berlino, non si faceva altro che parlare di rapporti italo-tedeschi e alla fine d’aprile aveva preso a circolare per il teatro la gran notizia di una probabile tournée in Germania a portare la Messa da Requiem, Bohème e forse Aida.
Quella notizia mi gettava in grande agitazione. Ignoravo quanto a lungo sarebbe durata la trasferta ma ero certa che sarebbe stata in ogni caso troppo lunga. E che il mio cuore non avrebbe retto a non vederlo per settimane intere. Solo una speranza mi teneva in vita. Se avessero rappresentato Aida forse avrebbero avuto bisogno di costumisti che già avevano esperienza in quel lavoro e forse… ma quel pensiero nemmeno osavo formularlo.
Quando il lavoro terminava, a volte a tarda sera, trovavo quasi sempre la Lancia Aprilia di Maurizio ad aspettarmi in via Verdi, posteggiata di lato a non dare nell’occhio, e così finivamo la serata a mangiar qualcosa in una piccola trattoria fuori mano oppure a casa sua, sempre a patto che fosse possibile riaccompagnarmi a casa entro la mezzanotte. Mi facevo lasciare a due isolati di distanza e arrivavo a casa a piedi, come provenissi dalla fermata del tram, mettendo su un’aria stanca e accampando sempre la stessa scusa: le prove dei costumi si erano prolungate oltre il previsto.
I miei genitori mi credevano o fingevano di farlo. Mi spiaceva ingannarli ma non mi sentivo in grado di rispondere alle domande che mi avrebbero posto se avessi detto loro tutta la verità.
A maggio la notizia divenne ufficiale: la tournée sarebbe stata per giugno e avrebbe toccato Monaco e Berlino. Ci sarebbero stati tutti: il maestro De Sabata, il maestro Veneziani, il signor Gigli, la signora Favero e persino il soprintendente. Il Duce in persona aveva caldeggiato la partenza nell’ambito del rafforzamento degli scambi culturali tra i due paesi.
Il cuore mi batteva all’impazzata quando alla sera domandai a Maurizio se lui avrebbe fatto parte del gruppo.
“Naturalmente” mi disse lui con quel tono allegro che non perdeva mai “vuoi che il coro faccia a meno della mia indispensabile e celestialissima voce?”
Chinai il capo come avessero letto la mia condanna. Lui mi lasciò nuotare un poco nel mio silenzio e poi, quando la prima lacrima fece cenno di luccicarmi sul bordo dell’occhio, riprese la parola.
“Faremo anche Aida” buttò lì “una gran bagarre di costumi e scenografia egiziana che ci sarà come al solito da diventar matti.”
“I costumi li porterete da qui?” azzardai fingendo d’asciugarmi il naso con il fazzoletto per un po’ di raffreddore.
“Ma certo!” esclamo lui ridendo di quel bel riso contagioso “Che vuoi che ce li facciamo far dai tedeschi o li prendiamo a nolo? Troveremmo al massimo vesti da Visigoti o Nibelunghi, a essere ottimisti. No, avremo i nostri dell’ultima rappresentazione anche se ci sarà ugualmente bisogno di adattamenti, di riparazioni, sai bene com’è.”
“E quindi…”
“E quindi porteremo qualche costumista scegliendola rigorosamente tra le più belle…”
“Maurizio! Vuoi dire che…”
“Perché? Tu pensi forse di esser tra le più belle?”
“Maurizio!”
“Preparati Esterina detta Ester, stai per partire per la terra di Germania!”
Papà non la prese affatto bene ma io ero talmente felice che non osò proibirmi di andare. Era così preoccupato per la piega che stavano prendendo le cose che era sempre come assente, distratto.
Dopo la visita del Führer dei primi del mese il clima era ancora, se possibile, peggiorato e alcuni amici di famiglia avevano cominciato a parlare sottovoce di lasciare il paese. A volte mi chiedeva se avevo notato qualcosa sul posto di lavoro, se ricevevo un trattamento diverso dalle altre, ma io rispondevo invariabilmente che no, non c’era niente di diverso dal solito e poi cercavo di distrarlo con qualche aneddoto e di farlo divertire riferendo o inventando qualche sciocchezza senza riuscire a strappargli niente più di un accenno di sorriso triste.
Io, da parte mia, invece non riuscivo proprio a preoccuparmi. Sapevo che Maurizio, tramite suo padre che era un pezzo grosso, senatore e membro del Gran Consiglio del Fascismo, mi avrebbe avvertita per tempo e mi avrebbe protetta da qualsiasi pericolo, ammesso che ce ne fossero in agguato.
Partimmo dalla Stazione Centrale in un tripudio di scatti fotografici, assediati dai giornalisti e da una folla di curiosi che smaniavano per vedere il signor Gigli e la signora Poli.
Con mio grande dispiacere durante il tour Maurizio ed io riuscimmo a frequentarci ancor meno che a Milano. L’abitudine alla vita in comune della troupe, dalla consumazione dei pasti fino alle uscite e al riposo in albergo, ci rese quasi impossibile stare insieme visto che per il momento continuavamo a voler mantenere segreta la nostra unione.
A volte, a notte fonda, a rischio di essere scoperta dalla mia compagna di stanza, percorrevo il corridoio fino alla sua porta per entrare tra le sue braccia come una piccola barca fa il suo ingresso in un porto ben protetto per trascorrere lì quel che rimane della notte. Non potevo ancora sapere che non sarei stata mai più felice come in quelle albe alla finestra di un estate ancora acerba a lasciarmi dondolare il capo sul suo petto addormentato.
Di tutti i personaggi d’Opera il mio preferito è sempre stato Aida.
Mi commuove il suo mettersi contro al mondo, il suo essere lacerata tra patria e amore, tra padre e amato, la sua fine tragica e romantica. Quando Radamès viene chiuso nella tomba e la trova lì, pronta a morire con lui, io non riesco a non piangere, tutte le volte.
Dopo Monaco venne la volta di Berlino e fu lì che facemmo l’Aida più bella. Il signor Gigli fu strepitoso e quando Amneris in lutto chiuse con “Pace, t’imploro — salma adorata… Isi placata — ti schiuda il ciel!” ci mancò poco che il ciel si schiudesse davvero e venisse giù insieme a tutto il teatro.
Fu in quel momento radioso, dietro le quinte, che preso dall’entusiasmo, Maurizio mi abbracciò di fronte a tutti. Ero rigida per il timore e la sorpresa e miei occhi si volsero intorno tutto il tempo di quel lungo abbraccio. Tra le persone intorno a noi incrociai sguardi che mi scossero.
Avemmo ancora brevi momenti di felicità, dopo il nostro ritorno a Milano, poi l’anno di colpo si volse alla sua fine, a precipizio.
Maurizio si fece giorno dopo giorno sempre più cupo e a novembre mi comunicò la sua decisione di partire per arruolarsi nel Corpo Truppe Volontarie in Spagna. Non ci fu modo di capire il perché di quella decisione né di riuscire a guardarlo negli occhi durante quel nostro ultimo incontro.
Fu come se si spegnesse la luce. Ogni cosa da lì in poi prese a somigliare a ogni altra. Notti e giorni, lavoro e riposo.
Due lettere segnarono i primi mesi del 1938, anno XVI.
La prima, della fine di gennaio era di Maurizio. La aprii tremando e la lessi scossa dai singhiozzi. La seconda giunse ad un mese dalla prima ed era di un certo tenente Attilio Borrazzi.
Quest’ultima mi colse in mezzo ai preparativi di partenza per la Spagna. La lessi seduta sul baule in cui avevo messo tutto quello che possedevo.
Maurizio era caduto sul fronte d’Aragona.
Non avevo fatto in tempo a farmi trovare nel sepolcro per accompagnarlo alla fine. Per dirgli “son io…”.
Esterina mia adorata, mi aveva chiamato nella prima lettera. Mia adorata.
Se non t’avessi lasciata e non fossi partito, tu e la tua famiglia sareste stati perseguitati, arrestati e Dio solo sa che altro e puoi ben credermi se ti dico che mio padre avrebbe avuto tutto il potere di mettere in atto questa minaccia. Ma nonostante questo non sentirti al sicuro. Ciò che non è ancora avvenuto non è scongiurato. Se non vuoi che tutto sia stato inutile, mettiti in salvo subito, esci dall’Italia e porta con te i tuoi cari, fallo prima possibile. Non sia mai che io non riesca un giorno a raggiungerti. Fai presto. Devi prometterlo. Te lo canterei se potessi. Con la voce celestialissima che conosci bene.
Papà, mamma e David partirono dieci giorni dopo per la Svizzera grazie all’aiuto di amici di Como. Io ottenni il permesso di raggiungerli in un secondo momento ma già meditavo la partenza per la Spagna e lì, se fosse stato necessario, il mio ultimo atto da principessa etiope.
Stetti due giorni seduta sul baule a piangere.
Il terzo giorno spedii il mio baule in Svizzera e lo seguii sul treno.
Nell’estate, come è noto, tutto precipitò e a settembre i non ariani furono allontanati dal loro lavoro in teatro. A dicembre di quel maledetto 1938 la direzione della Scala, non ancora paga, decise di impedire anche l’accesso degli spettatori ebrei al teatro e li costrinse a restituire gli abbonamenti già acquistati per la stagione lirica.
Il direttore d’orchestra Erich Kleiber si dimise e scrisse alla direzione queste parole: «La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria. È una fonte di consolazione necessaria, soprattutto in tempi così duri. Negarla a qualsiasi essere umano, per di più per ragioni razziali o religiose, è inammissibile».
Tra coloro che furono costretti a dare le dimissioni a settembre c’era anche il maestro Veneziani, direttore del coro, che aveva diretto Maurizio. L’ho rincontrato, qualche tempo fa, a Losanna. Diceva di ricordarlo bene e mi sembrava non fingesse. Mi ha raccontato anche, durante il nostro breve incontro, una cosa che mi ha colpito moltissimo. Esiste una registrazione della nostra Aida di Berlino. Da quando l’ho saputo non ho avuto pace finché non sono riuscita a procurarmi il disco.
E lì tra quelle voci del coro maschile, specie in certi passaggi, come quando si invoca la divinità prima della vestizione di Radamès, in quei pianissimi che io ricordo come se fosse ora, quasi mi sembra di distinguere la sua voce, a furia di ascoltare. Celestialissima, come diceva lui. La sua voce poco prima di abbracciarmi, di fronte al mondo, e rivelare un amore che non doveva essere. Quella tra un valoroso e una principessa da poco,  incapace di scendere con lui sotto la fatal pietra e stargli accanto fino alla fine.

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