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“Chiamiamo adesso a testimoniare il Tenente Masiero, comandante del drappello di cavalleggeri di Saluzzo all’epoca dei fatti in esame.”
Dai banchi si alzò un uomo alto, dritto e altero, di circa trentacinque anni, con gli occhi scuri e due bei mustacci a ornargli il labbro superiore. L’uomo si sedette di fronte al giudice e picchiettò sul microfono per verificarne il corretto funzionamento. Ostentava un’aria serena e distaccata ma vigile e attenta, nello stesso tempo.
“Come lei sa, signor Tenente, siamo qui per giudicare i fatti avvenuti in data 20 maggio 1859 in Voghera, frazione Campoferro, durante il corso di un’operazione di pattugliamento da lei condotta.”
Il giudice si fermò per un attimo e squadrò l’interrogato che ricambiò il suo sguardo. “Immagino lei sappia a che episodio si fa riferimento” aggiunse.
“Naturalmente” rispose l’ufficiale. L’ombra di un sorriso amaro attraversò il viso del tenente, o almeno così parve ad alcuni dei presenti.
“Ci consenta ugualmente di riassumere gli eventi per l’utilità di chi non li conosce ancora.”
L’uomo annuì con un gesto elegante del capo, il giudice si schiarì la voce e attaccò con la recitazione notarile e monotona di chi compie un atto dovuto.
“In data 20 maggio 1859 alle ora dieci del mattino circa, un drappello di militari appartenente al Regio Esercito Sabaudo, 12° Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo, da lei condotto insieme al sergente Gribaudo Antonino, oggi contumace, trovavasi nella campagna pavese nei pressi della frazione Campoferro impegnato in operazioni di pattugliamento e di rastrellamento del territorio dagli ultimi residui di forze austriache in ritirata dopo la battaglia di Solferino. Giunti nei pressi di una casa colonica denominata Cascina Scortica, i soldati si imbattevano in Minoli Giovanni, di anni 12, di Minoli Carlo Antonio e Valle Carolina, orfano, a servizio come contadino presso la famiglia che lì dimorava. Il Tenente Masiero, al fine di individuare in lontananza eventuali presenze nemiche decideva di avvalersi dell’ausilio del minore invitandolo ad arrampicarsi sull’alto pioppo bianco antistante qualche decina di metri l’aia della casa. Fiero del compito assegnatoli il giovinetto si arrampicava sull’albero noncurante dei tardivi richiami alla prudenza del tenente e qui veniva individuato, fatto bersaglio di fucileria e infine abbattuto con colpo al petto. Ricoverato nell’Ospedale di Voghera il giovane Minoli si spegneva nel mese di Dicembre dello stesso anno in seguito alle ferite riportate.”
Il silenzio seguì la lettura del magistrato.
“Lei è mai andato a trovare il ragazzo in Ospedale durante la sua degenza, signor Tenente?”
“Non ho potuto averne l’opportunità. Come lei sa sono caduto il giorno seguente durante un’imboscata austriaca e ho trovato la morte insieme a quasi tutto il mio drappello.”
“Cionondimeno lei è a conoscenza del gran clamore suscitato negli anni dall’episodio ora narrato, anche per opera di una novelletta di propaganda che ha avuto in Italia una certa qual risonanza.”
“Ho letto il racconto. Devo confessare che a me è piaciuto.”
Il giudice si aggiustò nervosamente sulla sedia e si schiarì la voce.
“Tenente Masiero, Lei è a conoscenza dell’esistenza di un Protocollo Internazionale sul coinvolgimento dei bambini nei Conflitti Armati?”
“No. O almeno non con precisione, temo.”
“E del fatto che esiste una risoluzione del Parlamento Europeo del dicembre 1998 a favore dell’innalzamento dell’età minima di 18 anni per l’arruolamento dei giovani negli eserciti? E che una coalizione internazionale di organizzazioni non governative dal nome “Stop using Child Soldiers” si è battuta per anni con l’obiettivo di ottenere l’adozione di un protocollo aggiuntivo alla Convenzione sui diritti dell’infanzia che innalzasse il limite minimo di età di reclutamento in conflitti armati e a tutela specifica dell’infanzia nelle condizioni di guerra e di conflitti vari?”
“Non so dirle. A naso mi par di conoscere poco dell’argomento.”
“E che il 25 maggio del 2000 il protocollo è stato approvato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite, sottoscritto da 172 stati, Italia compresa, ed entrato definitivamente in vigore nel febbraio 2002?”
“Non credo. Io non mi occupo di queste cose. In ogni caso credo che il limite valga solo per l’arruolamento coercitivo, non per il reclutamento volontario negli eserciti regolari.”
“Non pensa che, anche ammettendo, e non certo concedendo, che Giovanni potesse essere considerato un volontario, dodici anni siano un età decisamente troppo precoce?”
“I tempi mutano e i dodici anni del 1859 non sono quelli d’oggi.”
“Signor Tenente! – il giudice stava alzando impercettibilmente il volume della voce – Lei è qui in veste di accusato per aver violato la normativa internazionale e nazionale in tema di coinvolgimento di minori in azioni belliche e di aver provocato, con il suo comportamento sconsiderato, la morte del piccolo Giovanni! Cosa ha da dire a riguardo?”
Il militare stette immobile, come pensieroso, a guardare un punto indefinito tra gli occhi del magistrato.
“Lei saprà, signor Giudice, che io chiesi al ragazzo che ricompensa pensava di meritare per il suo servigio.”
“Ebbene? Cosa intende dire con ciò? Che il ragazzo stava svolgendo, diciamo così, un lavoro per suo conto?”
“Potrei senz’altro sostenerlo, dal momento che il ragazzo lavorava già di fatto come contadino, presso la famiglia che lo aveva accolto, ma non è questa la linea del mio ragionamento.”
“Vada avanti, dunque…”
“Dal momento che siete così ben informati sui fatti sapete senz’altro anche quale fu la risposta del ragazzo. Non voleva denaro. Mai si sarebbe prestato a far da vedetta per gli austriaci ma per noi era felice di arrampicarsi su quell’albero senza pretendere alcun compenso.”
“E dunque? Che vuol dire questo?”
“Vuol dire che il ragazzo era felice di compiacerci e di esserci utile.”
“Andiamo Tenente, lei sa bene che questo è del tutto ininfluente! Un bambino non può sapere ciò che è meglio per sé, non può valutare esattamente il pericolo, sta a noi adulti stabilire quel che è conveniente per lui, guidarlo, proteggerlo…”
“…farlo lavorare come un somaro quindici ore al giorno nei campi…”
“Che vuol dire con queste parole?”
“Nulla. Mi limito a rilevare che questo era il destino che gli adulti avevano pensato fosse il migliore per Giovanni.”
“Quelli erano i tempi, signor Tenente, non finga di non saperlo.”
“E oggi che i tempi sono cambiati, invece, quale destino si riserva ai bambini? Li preservate dalle guerre? Quelle che si moltiplicano in ogni dove e strappano loro i padri e seminano un odio di cui faranno comunque prima o poi le spese? Li vaccinate e li curate affinché si ammalino di malattie sempre più rare magari provocate dai vostri stessi veleni? Riempite fin dalla più tenera infanzia la loro agenda di impegni perché siano ben attrezzati a perpetuare il mondo così come lo avete fatto?
Rispettate forse la loro libertà di sbagliare, di sognare sogni che non condividete, di lasciar correre il tempo senza l’obbligo di costruir nulla, di essere bambini?”
Nell’aula si alzò un brusio, qualcuno si alzò in piedi e qualcun altro si avviò verso l’uscita scuotendo la testa. Il giudice stava in ascolto, pallido e pensieroso, come colto da un dolore improvviso.
“Il cielo sa quanto avrei voluto esser io a cadere giù, colto da quella palla austriaca – continuò l’ufficiale alzandosi in piedi e voltandosi verso l’auditorio- e non quel valoroso ragazzino. Valoroso sì, valoroso! Non fu così, come sapete. Il mio turno, anche se non si sarebbe fatto attendere a lungo, non era ancora arrivato. Ma nonostante questo io sono sicuro che in quei pochi minuti di gloria quel piccolo orfano è stato esattamente quello che voleva essere. Così come so che nei lunghi mesi che ha passato in ospedale prima di morire ha avuto tutto l’affetto e l’ammirazione che la vita quasi certamente non aveva in serbo per lui. E in tutti i soldati e le infermiere che si sono avvicendati al suo letto con una carezza o una parola, tutti i padri e le madri che non avrebbe mai avuto.
Certo ora voi penserete che quegli ideali di patria e di eroismo fossero un inganno per cui non valeva certo la pena di morire, a maggior ragione a dodici anni. Non so darvi torto. Ora, da qui, lo vedo anch’io.
Ma da qui è facile vederlo. Considerate invece, voi vivi, per che cosa credete di vivere e per cosa sareste disposti a morire. Per che cosa vivono e potrebbero mai sacrificarsi a tal punto i vostri figli. I vostri figli tutelati e protetti. Per il possesso di oggetti? Per il denaro, il lusso, la bellezza, l’ultimo gadget? Che bambino infelice quello che non ha miti e non ha eroi! Che ha tutto ma non ha il sogno, che è il senso stesso dell’infanzia. Che ha tutto ma non ha niente.
La piccola vedetta aveva tutto questo ed è stato un bambino fortunato.
Non inorridite signori! Non urlate!
E a chi di voi pensa che sia stato solo un povero essere usato, consiglio di riflettere attentamente su quel che significa usare l’infanzia. Che è un vezzo diffuso da sempre ma ancor più oggi, a quanto vedo, in tante forme.
Perché i bambini contengono un potere immenso, come le donne. E’ il potere del futuro, non esiste nulla di uguale. Immenso, inutile che lo dica a voi che li utilizzate ogni giorno come denaro e come merce, spregiudicatamente. Per riempirvene la bocca, per commuovere, per ottenere, per estorcere.
Averne, circondarsene, solo per usare il grande potere che conferiscono a chi li manipola senza rispettarli, è una grande tentazione. Che meraviglia sono i bambini! Non è vero signori? Avanti, forza, ammettiamolo, non è forse vero, non sono splendidi?”

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