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Sei passata davanti al mio uscio
come uno scorcio di mare dal treno
ad imbandire un caffè
che sapevi già avrei voluto
da lì a qualche minuto e sei tramontata,
nel corridoio deserto, abbaglio
d’estate tra le palpebre schiuse
al sole e richiuse.
E dire che eri tundra gelata, solo stamane,
calore eschimese di tana e di fiato
sotto una coltre di pelli di volpe
argentata e ieri sera lussuria
di frutto sugoso che cola di bocca
sul collo e mammella avvizzita,
anche questo, ad ogni foto
di piccolo etiope e saltatrice d’ostacoli,
a volte e altre volte una zingara, una fenice,
una madre di Plaza de Mayo, un ritratto
sbiadito di sposa.
Sei riapparsa preceduta
dallo scampanellio del cucchiaino
tenendo in equilibrio il profumo
sui tuoi piedi gentili e io ho mostrato
di non vedervi
tu che sei tutte le donne del mondo,
poi vi ho rubato un sorriso
con una scusa da ciarlatano
e di nascosto vi ho toccato
la mano.

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