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Quando diciamo volo
e casa e spiaggia e cielo e gambe
non evochiamo gli stessi idoli, io e te.
Prendi le gambe. Per me sempre saranno
quelle che guadavano la piazza Farnese
di una città trascorsa, ondeggiavano i seni
verso il mio sedile in spalle all’ambasciata
e i capelli raccolti in una coda lucente, fredde
di circolazione imperfetta e lisce
come di vetro sotto il palmo.
Non così per te, a cui chiama la parola
gambe forse l’anima in legno dei pantaloni
flosci di tuo padre steso, le scarpe avvinte
da un nodo maldestro di fazzoletto bianco,
le ginocchia su cui non potrai sederti più
a sentire il mondo comporsi nel fiato caldo
di trinciato e dispiegarsi in una storia piana.
Così quando dico gambe e tu annuisci
e fai mostra di sentirmi, siamo due pendolari
io e te, sullo stesso treno ogni giorno
che mai si incontreranno, uccelli
che volteggiano infinite volte senza toccarsi
per infinite traiettorie nel medesimo tramonto
e così per volo e casa e spiaggia e cielo
e per le altre controfigure a cui affidiamo
tutta l’attesa e i pochi lasciti che disponiamo.
Resta la speranza con cui mi studi
dopo avermi mostrato i tuoi tesori, il mio
sorriderti guardando altrove e il dolore
di esserci delusi che risuona
e forse è l’unica cosa nostra,
l’unica cosa buona.

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