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Si prende per mano l’uomo, da una foto
rinvenuta nella necropoli di un cassetto
cinerario, coi bordi dentellati e due piccole
meringhe di colla fossile ancora sul rovescio,
si prende ed esce, appena il tempo di radersi
le setole e nevicarle ton sur ton sul pack
del lavandino e pettinarsi una scriminatura
netta come un camminamento nel cumulo
di neve che l’inverno gli ha ammonticchiato
in capo e ora vira al giallo come c’avessero
pisciato cani di maggio raminghi nel disgelo.
E imboccano il Canal du Midi oltre Beziers
la mano dell’uomo e la sua mano
che lo segue coi mocassini passati dal fratello
docili e ritrosi sbucciati in punta a furia
di calciare i sassi alla Bonimba, un passo lui
tre passi loro a scambiarsi silenzi in occitano
sotto platani che sono come i platani quando
le cose stavano vicine al loro nome, platani
i platani e cielo il cielo e il canale dilagava
a Bordeaux come le scale a Genova
alla piazza dei tramvai nell’alba
fragrante di gasolio.
Questa è la porta della luna e lì si fa
oceano la Garonne si dice l’uomo
carezzandosi la testa nella foto e quelli
sono i fari che puntano nel piombo
cercando le coffe degli alberi maestri
delle negriere e di tutto questo tutto
immenso, meno di un mestolo o neanche
un giorno sarà tuo, non un approdo
non un mostro favoloso urlato a prora, poco
di niente o meno ancora sarà tutta
la tua parte e il più sparuto dei gabbiani
che punta l’ovest librando frange sfilacciate
di bandiera bianca anche morendo a mezza
via avrà avuto più di te di questo quadro.
Guarda dentro la foto l’uomo, come
a scusarsi, e da lì si ricambia l’intenzione
con le scarpe inquiete e la divisa
indosso della colonia estiva. A rintocchi
che crescono e decrescono passano
come sull’acqua le prime gambe
di una donna mattutina. Per ogni dove,
ancora s’alza l’odore del futuro
e strega ognuno d’insensata meraviglia.

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