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Un buon ragionare s’attarda,
come si dilunga lo sguardo
sulle tue gambe intente alla guida
sul ripetuto loro lambirsi
che già è stato d’altre
a pestare l’uva a oscillare
telai fino a poterne sentire
il profumo in queste che schiudi
e il fruscio senza suono.
S’attarda un buon ragionare,
come si sofferma la lente
sulle chiazze rosse panate
di segatura pietosa che tracciano
il corso dell’assassino
e la sua geografia senza scampo
in cerca di impronte
che ogni ora di più
temiamo scoprire le nostre.
Eppure non bastano,
alla fine, i trasalimenti preziosi
di questo procedere accorto,
i tonfi nel petto, i monili.
Non appena la lama si fa cauta
a seguire i piani corretti
nel rispetto del fragile intrico
e complesso del vero,
ogni qual volta circospetta
procede per non recidere
o decidere forme
ecco
che senza eccezione volgete
lo sguardo annoiato e correte
al riparo delle finzioni veloci,
del simil-pensiero
prêt-à-porter.
Lì alla fine, con la buzza farcita
di cibo scadente, sempre
vi addormentate paghi, creature
sorde dalle grandi lingue
ambiziose, malate a morte
di scarsa pazienza.

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