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Gli dei mi hanno offerto due vite
una lieta e meschina
e l’altra
incandescente come una bestemmia
sparata a salve e incerta,
fatta di oggetti la prima
futili e d’indolenza d’animo
e di passerelle pubbliche
su cui trascorrere di corsa e nell’affanno
il lungo tempo vuoto e circondata
come un orto concluso da alte mura,
paraventi agli occhi dal dolore
e alle narici dall’odore di marciume,
tutta percorsa dalla maledizione
di sentirsi sazi e di essere affamati,
feroce la seconda
e libera come un cane lungo la statale,
forse più breve, certo più sanguinosa,
bagnata senza sosta dal disprezzo
dei membri dell’altissimo consiglio
e dalla fatica costante dell’insufficienza
ma rischiarata a tratti
della luce fioca e breve
che viene dalla scelta
del proprio precipizio all’Ade.
Due vite mi hanno offerto gli dei
e io ho scelto la prima
perché ho il cuore pavido,
l’ho fatto fingendo di non volerlo fare
e fingo tuttora
esattamente come si conviene a un vile,
ho scelto la prima
che scenda su di me la dannazione
né troverò mai più nel mondo
dei mortali un’ombra d’uomo
o d’animale
che mi possa perdonare.

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