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Tre occasioni nell’ultima ora
per mostrare il tuo coraggio.
La prima al crepuscolo di una tiritera
guercia quando nella fenditura
di un’esitazione avresti potuto
ficcare il coltello
del tuo disgusto
giusto, della tua riprovazione
e invece hai sorriso, hai
sorriso, mille volte vigliacco,
e ti sei fatto complice
di quelle parole infami
che sudavano cipolla lupigna
e sego. La seconda
è durata otto secondi
scorsi a non guardare
in faccia quelle mani al semaforo
nere, listate di terra e corazzate
d’unghie per scassinare il brick
del vino, tremule come il minimo
del tuo motore, otto secondi
a rimirarti le ginocchia
ostinatamente, il cazzo
dentro i pantaloni, la targa
della Citroën di fronte
interessante esempio
d’arte numerica
astratto-cabalista neo-seriale.
La terza volta aveva il ritmo
di un seno in ascesa
spaccafiato, gli ultimi cento metri
di quando salivamo al Dente e poi
in picchiata a precipizio
come succede se ti manca il piede
o s’avvera un presagio, una paura,
l’ansimo di lei che ti guarda
e chiede
è vero,
tu che ti stiri sghemba
la bocca d’un lato e farfugli
non so
di che tu stia parlando,
amore.

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