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La maggior parte delle persone passa il proprio tempo ad aspettare. Aspettano, aspettano, aspettano nel giorno che inizia, in mezzo al guado, alle quattro di notte, camminano e aspettano, guidano, dormono, cercano, trovano quel che non vogliono e poi aspettano ancora. E anche quando credono di non doversi aspettare più nulla, in fondo, aspettano sempre. Fino al penultimo fiato, quando già scorrono i titoli di coda, c’è qualcosa in loro che non smette di attendere. E il più delle volte nemmeno lo sa quello che aspetta. Lo so che tu credi di saperlo, Leinara, ma non fa differenza. Tanto quel che aspettiamo non arriva mai. E anche quando finalmente si pensa di vederselo davanti, non è altro che l’occhio che si inganna e vuole riconoscere ad ogni costo quel che ha atteso per così tanto tempo. Quel qualcosa che non c’è più da un pezzo. O non c’è mai stato, non è chiaro. E in fondo chi se ne importa. E poi diciamocelo, nemmeno noi siamo più quelli che si sono seduti qui a veder cadere la polvere, al bordo di questa strada, a questa fermata, dieci minuti o dieci anni fa. Lo sai, non è vero?
Lo sai Leinara?
Anche il marito che aspetti non è tuo marito. Non lo è più e forse non lo era nemmeno prima. Ha fatto un figlio con un’altra, usa sorrisi che non gli conosceresti e ha delle parole d’estraneo che ti farebbero abbassare il capo. Tu non aspetti lui, Leinara. Aspetti l’istante di vetro in cui ti ha guardata, chissà che diavolo pensava per davvero, e tu gli hai disegnato in viso un posto possibile per te sulla terra. Il viso che aspetti è solo quel viso che tu hai stabilito per lui. Il suo sorriso una porta che si è spalancata sulla luce di un pomeriggio a cavallo tra due stagioni e poi si è richiusa.
Le tue figlie non odiano il loro padre e questo ti lascia una ferita stupita. Sono persino andate al battesimo del fratellastro, qualche anno fa.
Alla fine questo, più di ogni cosa ci divide dagli altri, persino dai figli. Che non aspettiamo le stesse cose. Non sarà lo stesso profilo intravisto in mezzo alla gente a far tremare le nostre gambe e le loro. Ci augureremo la pioggia se la penseremo propizia all’arrivo del nostro messia mentre loro pregheranno per avere la luna.
C’è una giacca nell’armadio in camera tua, che lui ha scordato di prendere quando ha fatto su le sue cose. Ogni due o tre mesi la spazzoli e la lasci a penzolare alle corde del terrazzo che tutti la vedano dalle loro finestre. E ogni tanto lavi e stendi quel poco di sua biancheria che è rimasta, in bella mostra per tutto il cortile e chi vuol intendere intenda.
Tira vento sulla tua faccia e ti piega il sorriso di lato quando dici alla vicina “…che vuole signora, mio marito ha un lavoro che sta sempre fuori”.
“Ci si sposa con tante speranze – dice lei non senza intenzione – e poi…”
E tu corri a esclamare, scuotendo la testa “Io non m’aspetto più niente, lo sa? Il segreto è non aspettarsi più niente. Così arrivasse qualche buona sorpresa sarebbe sempre un regalo.”
Con una mano ti chiudi la vestaglia alla gola, con l’altro tieni contro il fianco la cesta della roba asciutta, le tasche rigonfie di mollette che ti fanno i fianchi da maggiorata.
“Si mette freddo, ha visto? Che tristezza mi fa! Lo sa Leinara che io dal primo giorno d’inverno comincio già ad aspettare l’estate? Entri dentro ora, che si busca un malanno”.
Ed è per abitudine, solo per abitudine, che prima di salutare guardi l’infilata delle macchine posteggiate lungo la strada alla ricerca dei fari rettangolari di una panda azzurrina. Che brutta bestia che è l’abitudine.
Poi ti chiudi alle spalle il terrazzo e scompari nella luce gialla della cucina dove t’aspetta la cena, ancora tutta da preparare.

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