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Mi stai dicendo che l’uomo di tutta una vita non c’è più e mi chiedi se ho ricordi di lui.
Lo ricordo bene, certo, accompagnarti sempre qui, tutti gli anni, lasciare il cappello sulla sedia vicino all’entrata e stare seduto composto e paziente per tutto il tempo.
Ecco, è andato via, dici tu. E basta.
Ma io non posso saziarmi di questo. Una storia è una strada, è il susseguirsi delle curve e dei rettifili, sono le soste, gli intoppi, le notti, i risvegli, non solo l’arrivo in stazione. E io ho fame di sapere, di parole che mi evochino in bocca il sapore di quel che hai mangiato e bevuto, che mi affatichino le gambe lungo i passi che ti sei lasciata indietro.
Ti chiedo il racconto. Senza pietà per la tua fatica di ritornare dove sei stata.
Ti pieghi un poco in avanti col busto mentre cerchi le prime parole, come sollevassi il secchio dell’acqua e sapone per portarlo nella stanza più distante di casa dove per la milionesima volta strofinerai il pavimento. Cerchi il capo del filo, un inizio tra gli infiniti possibili inizi. La ragazza al tuo fianco ti accarezza una spalla.
Era rimasto a casa due giorni. Giù al cantiere era abitudine concedere agli operai una breve licenza quando nasceva un figlio. La mattina in cui doveva tornare al lavoro si è seduto vicino alla mia culla ed è stato a guardarmi per più di un’ora, finché dalla finestra non è entrato il primo chiarore del giorno. Quando mamma si è alzata lo ha trovato così e poi per tutta la vita ha raccontato che si vedeva benissimo che lui se lo sentiva che era l’ultima volta che poteva starmi vicino.
«Nonna -interviene la ragazza con dolcezza- lui ti chiedeva di nonno Carlo, non del bisnonno».
Ninetta, sono tutti belli i bambini che mi hai fatto ma questa, Ninetta, questa è la più bella di tutte. Poi mi ha baciato la mano ed è uscito per andare giù in porto.
Mamma quella mattina, dopo avermi allattata, è andata in Comune a registrare la mia nascita. Camminava piano perché durante il parto aveva perso molto sangue e si sentiva debole.
La ragazza sorride un po’ imbarazzata, mi fa cenno come per farmi intendere che la nonna si confonde, che bisogna avere pazienza.
La mamma ha fatto scrivere sul registro Adriana, come aveva deciso insieme a papà, nata l’11 ottobre del 1932, che poi era due giorni prima, e se n’è tornata a casa pian piano, dai miei fratelli e da me.
Stavano costruendo il molo nuovo giù al porto di P., quello vicino ai cantieri navali. Le pietre da gettare in mare venivano caricate su grossi carrelli di ferro che si muovevano sulle rotaie. Mentre la mamma prendeva le verdure dall’orto per la minestra, le lavava e poi le tagliava, mentre aggiungeva un ciocco alla stufa, proprio in quel momento, senza che lei potesse farci niente, laggiù nel porto uno dei carrelli colmi di pietre si è rovesciato e improvvisamente tutti hanno cominciato a gridare e bestemmiare dio e chiedere aiuto e chiamare Paolo.
Paolo, Paolo.
Ecco, mi dico, l’uomo che è rimasto rapito dalla tua bellezza e poi ti ha adorata, adorata, come si adora il Bambino, in ginocchio ai tuoi piedi, quell’uomo perfetto nella luce dell’alba (enorme, vestito di scuro), se n’è andato per sempre senza che tu potessi vederlo.
Quando la guardia è venuta a bussare alla porta teneva il cappello in mano. Mamma ha ascoltato e poi senza dir nulla è uscita di casa come una matta con la testa scoperta ed è andata a casa del sindaco che stava a tavola con la famiglia. Mi deve aggiungere un nome, gli ha quasi gridato, mi deve fare questo piacere. Che nome vuoi aggiungere ha detto il sindaco in piedi sulla soglia col tovagliolo in mano. Mi deve aggiungere il nome Paola vicino a quell’altro che abbiamo scritto stamane. Se c’è ancora spazio nella riga lo aggiungo ha detto il sindaco e poi guardandosi i piedi ha detto che Paola era corto e lo spazio si trovava, di non preoccuparsi.
Lo sa vero che se mi chiamano Adriana per strada neanche mi giro? Ma anche se mi chiamano Paola, adesso, faccio fatica a girarmi.
«Nonna, ma lui ti ha chiesto di nonno Carlo!» dice la voce giovane. Poi aggiunge per me, come se tu non fossi nemmeno presente: «Il nonno se n’è andato di casa sei mesi fa, da un giorno all’altro. Dopo una vita intera insieme a nonna, ha fatto su le sue cose e si è trasferito nella cascina che era della sua famiglia lasciandola sola. Nessuno sa perché.»
Da piccola ero famosa in paese perché volevo sempre andare dai morti. Non appena c’era notizia di un lutto io raccoglievo qualche fiore nel prato dietro casa e mi precipitavo. Mi intrufolavo tra le gambe dei grandi, nessuno faceva caso a me, mi avvicinavo al morto, gli mettevo il mio mazzolino di fiori bambini sciancicati sul petto immobile, gli baciavo la mano, lo salutavo (ciao gli dicevo) e me ne andavo.
A mamma papà non gliel’hanno mai fatto vedere. S’è trovata la la cassa già chiusa. Mio fratello Piero invece l’abbiamo visto. Era il settanta. Hanno detto tante cose di lui, che aveva tirato sassi ai poliziotti, che era un sovversivo ma Piero no, Piero era uno che si faceva picchiare piuttosto che far male a qualcuno. Aveva dieci anni più di me, mi aveva fatto da padre e nel ’45 avevano assunto anche lui giù in porto per ricostruire i cantieri.
Ecco, il ragazzo che ti ha tenuta per mano, che ti ha punto le guance con la sua barba nuova, che ti ha messo in testa il cappello quando scendeva il vento dal passo, si è preso la pallottola che non gli avevano voluto i tedeschi durante la guerra.
Ci sono andata io dal sindaco quel pomeriggio, mamma non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto. Ho un cognome corto, gli ho detto, e Adriana e Paola sono due nomi brevi. Mi aggiunga la prego un nome, se ancora si può fare.
Il sindaco era lo stesso del ’32 e mi ha detto che in nome dei ricordi che ci legavano avrebbe aggiunto il nome che chiedevo, sempre ci fosse spazio sufficiente sulla riga. Metta Piera gli ho detto. È breve, ci dovrebbe stare.
«Vieni Pierina, ora basta, abbiamo fatto tardi» dice la ragazza prendendoti il braccio e facendo il gesto di alzarsi.
Devo andare, lei mi deve scusare. Voglio arrivare in tempo all’anagrafe prima che chiuda. Anche se non conosco più nessuno spero vorranno ascoltarmi e ritrovare i vecchi registri, in fondo sono una delle cittadine più anziane di tutto il paese. E spero ci sia ancora posto sulla riga. Lo spero tanto.
«Ti prego Pierina, dobbiamo proprio andare».
«Chiamami Carla. Io d’ora in poi, se c’è posto sulla riga, voglio essere Carla».
Mi alzo per salutarti. Tu controlli per la centesima volta di non aver scordato nulla e mi dici ci vediamo tra un anno se ci siamo ancora. Ecco, ora sei anche questo scomparso. Se resta spazio sulla riga l’uomo che ti ha accompagnata tutta la vita non potrà smettere di accompagnarti.
Ti conduce alla porta il braccio impaziente della tua ragazza guida ed entra una coppia con due bambini.

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