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Quando Olga aveva cominciato a dimenticare le cose, l’anno scolastico stava volgendo alla fine.
Si trattava di rimettere al suo posto un saputello, tal Tarozzi, che sosteneva una qualche sciocchezza riguardo alla capitale del Belgio. Al momento di chiudere la faccenda, il nome di Bruxelles semplicemente non le era arrivato alle labbra. Gli alunni avevano sghignazzato senza ritegno.
A mano a mano che gli episodi si facevano più frequenti, un giorno il posteggio della macchina, un giorno i nomi dei ragazzi, un altro il percorso che conduceva alla scuola, i figli avevano cominciato ad allarmarsi e, dopo molte insistenze, l’avevano convinta a sottoporsi ad accertamenti.
Era venuto fuori che c’era un difetto cardiaco di cui nessuno aveva mai saputo niente e che a causa di quello si era verificata nel tempo una serie di piccole, irreparabili embolie che avevano causato ischemie al cervello.
«Il quadro è destinato ad essere ingravescente» aveva sentenziato lo specialista.
In poche parole la cancellazione dei ricordi era destinata a continuare.
Poi arrivò la sera del 24 maggio.
La scuola sarebbe finita da lì a poco e Olga era stata inquieta tutto il giorno. Non poteva accettare questo riposo forzato. Se alla mattina si fosse trovata in classe avrebbe domandato, come faceva tutti gli anni, qual era la ricorrenza del giorno e poi avrebbe insegnato ai ragazzi la canzone del Piave. Invece aveva dovuto annaffiare le piante e lavare la verdura sotto lo sguardo attento di Elena, la figlia maggiore. Mancava poco all’ora di cena quando si rese conto che Aldo stava tardando troppo. Era giovedì e lo studio avrebbe dovuto esser finito già da un pezzo. Inquieta si affacciò più volte alla finestra e non vedendo la sua macchina entrare nel cortile, lo chiamò ripetutamente al cellulare. Il telefono risultava staccato. Aveva sempre cercato di non preoccupare troppo i ragazzi ma quando vide farsi buio e realizzò che ci si stava per sedere a tavola per la cena, non ce la fece più.
«Elena, scusami, sono preoccupata per papà. Il giovedì non ha mai fatto così tardi».
Elena si girò di scatto e la guardò con uno sguardo sgomento. Olga si spaventò.
«Che succede Elena? – e poi, quasi supplice nel vedere che la figlia non rispondeva e girava il viso – C’è qualcosa Elena?»
«Mamma!» esclamò la donna e si coprì la bocca con la mano.
«Elena! Sai qualcosa di papà? Devi dirmelo!» gridò appoggiandosi al tavolo.
«Mamma…»
«Cosa? Cosa?»
«Mamma, papà è morto!»
Olga vacillò ed Elena la sorresse.
«Quando? Quando? Come è stato? » gridò Olga piangendo.
«È mancato cinque anni fa mamma, non te lo ricordi?»
«No! No! – urlava Olga – Non è vero! Voglio vederlo!» e si disperava di una disperazione che Elena non ricordava d’aver mai visto in lei, così composta all’epoca della lunga malattia del padre.
Quella sera i figli accorsi in casa della maggiore vissero tutto lo strazio di quella morte, come e più di cinque anni prima. Riuscirono a calmare la madre solo dopo averle raccontato cento volte i fatti. Era tarda notte quando la videro prendere finalmente sonno vinta da una robusta dose di ansiolitico.
La mattina dopo Elena portò Olga al cimitero, lasciò che le si spezzasse il cuore nel vederla di fronte alla tomba come fosse la prima volta, cercò senza successo di trattenere le lacrime e si ritrovò catapultata all’indietro in un tempo che credeva finito. Rientrò a casa spossata.
Due giorni dopo Elena, rincasata dal lavoro, trovò la madre decisamente in forma. Aveva scritto una bellissima lettera per i suoi scolari che avrebbe fatto leggere in classe dalla supplente.
«Hai sempre scritto benissimo, mamma!» le disse dopo averla letta.
«Non vedo l’ora di farla leggere anche a Papà.»
«Gliela leggerai tu stessa appena andremo da lui» le rispose Elena con un tremito nella voce.
«Gliela leggerò stasera stessa. Così capirà che sono quasi pronta per rientrare al lavoro.»
«Oddio! Oh mio dio!»
«Cosa ho detto amore? Che succede?»
«Mamma! Non ricordi niente? Papà è morto! Non ricordi dove siamo state Venerdì, non ricordi niente?»
«Morto?» sillabò Olga pallida come un cencio, e perse i sensi.
L’afflizione quella volta fu, se possibile, ancora peggiore di quella di qualche giorno prima. Olga chiamava il marito a gran voce e nessuna spiegazione la convinceva. Nulla sembrava consolarla. Adele, la sorella più piccola, non resse e si fece venire a prendere da un taxi perché non era in grado di guidare.
Da quel giorno Elena prese l’abitudine di tenere una foto del padre sulla credenza della cucina, cosa che non aveva mai voluto fare, e di alludere continuamente alla sua scomparsa in presenza della madre. Olga, vestita di nero, viveva fresca di lutto.
In pochi giorni arrivò l’estate, caldissima, come erano le estati da qualche anno a quella parte. La maestra sembrò trovare un po’ di consolazione nella compagnia dei nipoti. Li aiutava a fare i compiti, insegnava loro storie e canzoni attingendo al repertorio di una vita di insegnamento e se ne scordava il nome ci pensavano loro a correggerla ridacchiando e prendendola in giro.
Era sabato mattina quando la trovarono in cucina che impastava cantando.
«Cosa prepari, Nonna, già di mattino?»
«È una sorpresa» rispose Olga sorridendo.
«È un dolce?» domandò Nicola, il piccolo.
«No, no. Niente dolci.»
«Dai nonna! Diccelo!» insistettero in coro i bambini.
«D’accordo. -cantilenò Olga con l’accento bambinese- Sono le lasagne per nonno Aldo! Sapete che ne va pazzo.»
Nella stanza calò un silenzio gelato. Elena, che si era affacciata in quel momento alla porta, si nascose la faccia nelle mani, si appoggiò allo stipite ed emise un gemito soffocato.
Olga guardò tutti con aria stupita e domandò: «Che succede? Non vi piacciono le lasagne?»
«Nonna… – disse Giada, la ragazzina più grande – Il nonno non c’è.»
«Certo che non c’è, ma tra poco smonterà dalla notte e arriverà a casa! Lui adora le lasagne come le faccio io.»
«Mamma…» L’invocazione di Elena era un lamento di animale, una supplica senza parole.
Dalla finestra, nell’aria della stanza come sospesa entrava indisturbato un frastuono di cicale. Olga guardò tutti con gli occhi assenti e poco a poco sul suo viso si disegnò la paura.
Fu allora che prese la parola Nicola, con il potere irresistibile dei suoi sette anni appena compiuti.
«Non te lo ricordi più Nonna? Il nonno starà via qualche giorno per il suo lavoro, te lo ha detto ieri sera!»
Olga guardò il nipote ma in modo nuovo, quasi non l’avesse mai fatto e poi tutti nella stanza, uno ad uno, come se in ogni viso ci fosse nascosto un mistero che in quel momento le voleva sfuggire.
Il tubare di un piccione dal tetto di fronte si aggiunse al frinire delle cicale e per un attimo sembrò che l’uccello fosse entrato nella cucina, tanto era vicino.
«Che sciocca! – esclamo sorridendo – Tutto questo lavoro e poi le lasagne toccherà mangiarle a noi! Poco male, le rifarò quando il nonno si degnerà di tornare!»
Tutti risero e per quell’estate ancora, le cose sembrarono andar bene.

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