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Questa è la storia di un caffè. Un caffè forte e profumato, di quelli che sanciscono gli inizi. Il caffè non è stato ancora preparato. I chicchi sono ancora nel sacco e aspettano di essere versati nell’imbuto della macchina e anche la macchina non è pronta. Non è stata neanche accesa, per essere precisi. Il signor Piscitelli lo fa per prima cosa appena alzata la saracinesca, quando apre il bar alle sei in punto tutti i giorni. Ma ora sono le tre di notte e il sig. Piscitelli dorme e sogna di avere un déhor immenso, che occupa il marciapiede e invade la strada antistante e tutti sono costretti a fermarsi e non potendo passare si siedono e ordinano ogni ben di dio. O forse non sogna questo. La cosa non è molto importante, ad essere sinceri.
Le tre di notte sono un’ora strana. Troppo tardi per andare a letto e svegliarsi alla mattina e troppo presto per il rientro dei nottambuli che la mattina potranno dormire. E’ l’ora di nessuno. E’ l’ora dei ladri e dei malati. Eppure nemmeno un paziente ha ancora suonato il campanello stanotte. Luisa pensa che è proprio un buon turno, questo, di quelli che capitano di rado. La collega sonnecchia sulla sdraio e tutto il reparto è stranamente nel silenzio. Ci voleva proprio perché Luisa ha bisogno di pensare. Il racconto che sta scrivendo è ad un punto morto. La protagonista, un’infermiera piuttosto graziosa, separata con un figlio, ha un grande dilemma. Alberto l’ha invitata a cena. Alberto. Il bellissimo, l’affascinante, il più ambito dell’intero ospedale. Le ha detto che le deve parlare di quello stage di sei mesi all’estero che per lei è un sogno da quando ha visto per la prima volta il bando. Alberto è il coordinatore del progetto ed è già andato cinque volte giù in Centrafrica. Le ha raccontato cose bellissime di quelle esperienze. Vedendola così interessata l’ha convinta a fare domanda e lei l’ha fatto, un po’ per scherzo e un po’ non sa neanche lei perché. Lui le sorride spesso, le ha detto che la trova molto adatta a vivere un’avventura come quella e ieri l’ha invitata a cena e le ha strizzato l’occhio. Alberto ha delle braccia che Luisa ha un tuffo al cuore solo a guardarle. Non sa perché proprio le braccia. Anche tutto il resto, certamente, ma le braccia con quella divisa a mezze maniche sono una cosa che le fa perdere la testa, ecco. Ma Luisa è indecisa. Non sa se far andare la sua protagonista alla cena. Perché partire per lei vorrebbe dire lasciare Gabriele con i nonni per sei mesi e lei non ha mai lasciato solo Gabriele da quando è nato. Il padre non c’è mai stato e non ha mai accettato il problema del bambino. E’ lei da sola che lo ha cresciuto come è adesso. Bello e forte che a vederlo così non ci crederesti mai al futuro che gli avevano predetto i medici. Ma quanto è stato faticoso. I controlli, gli esami, la riabilitazione, le crisi di sconforto. Ad un certo punto lei, la protagonista, ha persino pensato di poter portare Gabriele con sé in Africa ma presto ha capito che Alberto non l’avrebbe mai accettata così. Alberto non ha figli. E’ bello e spensierato e quando vede un bambino distoglie lo sguardo.
Suona un campanello e Luisa fa cenno alla collega che andrà lei e mentre percorre il corridoio pensa che il racconto non sarà un gran che, comunque la protagonista scelga di fare. I lettori non le perdonerebbero mai di lasciare a casa il bambino e in caso contrario la storia si spegnerebbe. Non bisognerebbe mai scegliere una donna separata con un figlio come protagonista di una storia interessante. Ci sono vite che non possono più diventare avvincenti. Luisa cambia la flebo e aiuta la signora a sistemarsi meglio nel letto, le fa una carezza e spegne la luce. Ridendo e scherzando tra poco arriva il cambio e la storia è sempre ferma lì. Si siede di nuovo, comincia ad accarezzare la tastiera e scrive. Prova a prendere tempo. L’infermiera ha deciso di scrivere una mail ad Alberto che tra poco si sveglierà per montare di guardia in ospedale. Gli comunica che se non accetterà la presenza del figlio, lei non potrà partire. Luisa ha appena il tempo di scrivere questo passaggio che arriva il momento di sistemare i carrelli per le terapie e bisogna lasciare momentaneamente il racconto e concentrarsi nel lavoro. Sono le cinque e un quarto quando può sedersi di nuovo davanti allo schermo. L’infermiera ha ricevuto risposta. Non siamo attrezzati per accogliere ragazzini, mi dispiace molto, magari sarà per l’anno prossimo, se riuscirai a liberarti. Alberto ha risposto. Anche la cena direi che è inutile a questo punto. Certo, ci si vede in questi giorni.
Luisa spegne il computer con un sorriso amaro mentre signor Piscitelli è sotto la doccia che ripensa al suo sogno meraviglioso e vorrebbe non essersi mai svegliato.
Le infermiere si scambiano le consegne. Il barista accende la macchina come tutte le mattine e la carica con il caffè.
Luisa cammina per strada con il passo veloce. Non vede l’ora di arrivare a casa. La sua compagna di turno vive da sola e salutandola le ha detto qualcosa come “beata te che arrivi a casa e trovi il tuo ragazzo” e lo ha detto con un tale struggimento dentro che di colpo a Luisa le si è acceso un sole dietro agli occhi.
E’ una bella cosa che la prima cliente della giornata abbia un così bel sorriso, pensa il sig. Piscitelli.
Il caffè finalmente cola nella tazza, forte e profumato, e la nostra storia mantiene la sua promessa.
Luisa lo beve piano e dentro si sente come si sentiva a dodici anni la mattina del primo giorno di vacanza.

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