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Quando penso, penso pensieri di vetro. Aerei di carta, foglie essiccate. Galleggio, vengo trasportato da un immagine fugace a una parola. Scivolo orizzontalmente lungo ponti che collegano cose distanti.
Colpiscono i miei sensi invisibili gemme che penso di cogliere. Che fisso per non scordarle mai più sul quaderno delle cose preziose e scordo dopo solo un istante. E respiro col respiro del sonno, tengo gli occhi aperti, tengo gli occhi chiusi senza che in questo ci sia differenza. Lascio che s’inscenino per me piccole storie, inframmezzate da fotogrammi di ricordi accaduti, ricordi di sogni, ricordi di ricordi più antichi e su tutto questo, di cui dovrei essere io stesso l’artefice, scopro l’ebbrezza di non avere controllo.
Assisto.
Ad una parte di me che lasciata a sé stessa vive da sola, pulsa, come un cuore, che mi appartiene e pure non mi appartiene del tutto.
La mano che traccia un disegno di sua iniziativa. E io a guardare come andrà a finire.
Delfini e mongolfiere, i miei genitori visti dal basso, una gonna scozzese, i tuoi denti bianchi, un rumoreggiare lontano di tuono, voi amici perduti, le vostre schiene sedute nei banchi, la roccia scaldata dal sole d’inverno, letti dove ho dormito, a centinaia, e un ronzare di vento e un frizzare di pioggia. Un paracadute, piccole scatole, un bacio rabbioso nel rosmarino, la febbre, fontane, dito macchiato d’inchiostro, odore del tuo corpo nudo, luce radiosa di un pomeriggio che è là da venire. Potere di una lacrima che percorre una guancia, piccolo rivo senza una foce.
Non mi svegliare, vita, quando è così.
Non mortificare con le tue frasi di senso compiuto il mio volo orizzontale, le sue visioni.
Io so cosa succede quando mi distolgo da questo vagheggiare inconcludente. Quando afferro un’immagine e la costringo con la volontà a darsi un senso e uno scopo. Se costringo il mio pensare a farsi verticale, ad approfondirsi, a non perdersi, a cercare conclusioni.
Che ogni cosa si stinge e si tinge di un colore artefatto. Morta tintura smorta che sa di finzione. Che i gesti si fanno studiati, le parole pronunciate ad arte, corrette e ricorrette, modulate su un orecchio che non c’è ma ha dominio come se fosse qui, udente che è qui per udire. Che il pensiero si fa parata, maniera, e cerca applausi e li anela. E non riesce più a librarsi in volo, zavorrato dai sassi che gli escono di bocca e gli cadono in tasca.
E allora lascia che io sia orizzontale, vita, come un’ala bianca di carta di riso, come la traiettoria del fiore di tarassaco, come un qualsiasi cucciolo intento al gioco.
Lascia che io non serva a niente, dispensami dal mio contributo alla tua costruzione pretenziosa destinata alla polvere.
Non mi macchiare le piume di pece, non mi gettare carponi.
Lasciami inutile.
Lasciami sciocco.
Lasciami poetare nella mia verità che si volge alla fine.

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