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Non so che dico quando dico
tu, il monosillabo
che prova a contenerti,
ma ti so stabile, seduta
sul fondale del teatro, sirena
nell’umor acqueo sovrapposta
alle sembianze delle górgoni,
dei centimani
e popoli di te le evocazioni,
del tuo odore bianco
e scuro, gli armadi, gli schienali,
gli stracci della polvere
che erano lenzuola.
Vedi? Ti sussurro queste righe
incastrate come tu ci fossi
tra un tirar dritto e un’apnea
e non so concludermi
che questo tu siano i tuoi lobi,
l’espirare, il tuo passo dondolante,
che l’aria si modelli altrove
intorno al tuo privato volume
speculare al mio petto
complementare alle mie braccia cinte
traiettoria che mi interseca
nell’intreccio della gravitazione
e con cui attendo ogni sera,
e fremo,
la collisione.

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